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Jamie Vardy: The Working Class Hero

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L’uomo del momento. L’uomo che non ti aspetti, l’uomo dei mugugni, delle lacrime, degli elogi, delle rivincite, dei record. L’idolo di un’intera città, di intere tifoserie, di una Nazione, l’idolo di determinate classi di persone. Dei tanti talenti inglesi coperti di fango nei campetti di provincia, dei tanti operai che si spaccano la schiena dalla mattina alla sera, di chi difende i buoni e combatte i cattivi, dei tabloid inglesi, disposti ad intervistare anche il padre della sua antica parrocchia pur di ottenere un nuovo scoop. Noi non siamo andati fino alla periferia di Sheffield, città che lo ha visto nascere l’11 gennaio 1987, tuttavia questa storia la racconteremo con il cuore e la speranza che racconti come questo possano occupare in misura sempre maggiore lo spazio dei vari mass media.
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Perché sono delle vere e proprie parabole, ascese miracolose in cui rimane difficile non immedesimarsi. Jamie di delusioni e sconfitte ne ha subite tante. È stato scartato dalla propria squadra del cuore, lo Sheffield Wednesday, perché ritenuto troppo basso, è cresciuto di 20 cm in poche settimane ripromettendosi di lasciare il calcio che lo aveva ferito, si è iscritto al College per poi convincersi a ricominciare a 16 anni dallo Stocksbridge Park Steels (rappresentativa calcistica dei dipendenti di una grossa compagnia siderurgica, militante in ottava divisione, nostra Prima categoria) accettando un rimborso ridicolo di 30 sterline a settimana e guadagnandosi da vivere lavorando contemporaneamente in un’azienda che produceva protesi in carbonio. Ha partecipato a vari stage infruttuosi con squadre professionistiche e poi è stato protagonista di una rissa in un pub, forse ingiusta, che lo ha costretto a scontare una condanna per violenza privata.

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Sei mesi che lo marchiarono visibilmente. Fu costretto, durante le trasferte, ad uscire in fretta e furia a partita in corso per infilarsi in macchina del padre e rientrare a casa entro le 6 per rispettare il coprifuoco, con una cavigliera elettronica affibbiatagli 24 ore su 24 per controllare orari e spostamenti. Un impiccio, una tortura, ma anche uno stimolo a correre sempre più veloce. Da qui il suo soprannome, The Cannon, per l’esplosività del suo carattere e delle sue gambe (è il giocatore più veloce delle Premier con 35,44 km/h).
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A Working Class Hero is something to be. Jamie non ha mollato ed ha iniziato gradualmente a fare la storia partendo da quella insignificante di provincia, quella che senza i suoi gol in Premier non sarebbe mai venuta fuori. 66 gol con lo Stocksbridge che gli valgono la chiamata dell’Halifax (nella lega immediatamente superiore), e poi altre 29 reti che suscitano l’interesse del Fleetwood Town nel 2011. Un osservatore rimase letteralmente stregato: “Non ho mai visto uno così veloce, presidente mi creda, giocherà nell’Inghilterra!“. 150 mila sterline, cifra record per un trasferimento di una squadra di Conference (quinta divisione), e un contratto semi professionistico che gli permette di dedicarsi totalmente al calcio.

34 gol in 40 partite, la storia recente si avvicina. Il Fleetwood non può trattenerlo e lo cede per 1 milione di sterline in Championship, al Leicester City. Vardy è uno sconosciuto, è stato pagato tanto, troppo, per tutti. La prima stagione è di ambientamento, la seconda da oscar: 16 gol che permettono ai Foxes di conquistare la massima serie. Per l’attaccante inglese è un sogno, gli addetti ai lavori sono scettici, deve andare a giocare in prestito, non ha esperienza. E in effetti 5 gol in 34 partite sono davvero troppo pochi, questa estate sembrava profilarsi una cessione, ma il disegno del destino stava per compiersi. Di indizi ce ne erano tanti, il suo primo gol in Premier, proprio contro il Manchester United, non poteva essere casuale.
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Arriva Claudio Ranieri. Anche lui non ha dubbi: Vardy resta ed è il perno del suo progetto. Ora è facile parlare, ma ritrovarsi a siglare dopo circa un anno, sempre contro lo United, il 14esimo gol stagionale in altrettante partite, l’11esimo consecutivo, battendo il precedente record di Ruud Van Nisterlooy, ed eguagliando quello di Batistuta, il quale nel ’94, sotto la guida guarda caso di Ranieri, realizzò lo stesso numero di reti con la Fiorentina, è stato un qualcosa di impronosticabile. Vardy ora guadagna 9.615 sterline a settimana, possiede sponsor, macchine da calciatore, invade copertine e pubblicità, diverte, si diverte, gioca in Nazionale, attira l’attenzione di Chelsea e Real Madrid, ma corre più di prima. Mourinho in un post gara gli disse: “Jamie… Do you ever stop running?”

Il ragazzo infatti non è cambiato, il carattere è rimasto lo stesso. Bizzoso, causa di aspre liti con fotografi e deleterie accuse di razzismo nei tavoli da poker del casinò di Leicester, rispettoso delle proprie origini e conscio della propria fortuna (inaugurerà a breve V9, un’accademia calcistica di primo livello per ragazzi talentuosi ma poveri, sfortunati e disagiati), e determinato a raggiungere sempre nuovi obiettivi, ad infrangere nuovi record come i 12 gol consecutivi di Jimmy Dunne (1931-32). E così dalla brutta copia di Sting è diventato semplicemente The Cannon. Finalmente è esploso, la squadra è tutta con lui, l’obiettivo personale è diventato collettivo. Tutti tifano per lui: Ranieri, l’altra stella Mahrez e lo stesso Ruud Van Nisterlooy.


Storie come queste ci piacerebbe raccontarle anche in Italia. Possediamo dei casi simili ma non sono paragonabili, l’inglese è passato nel giro di 2-3 anni dal dilettantismo al professionismo, da stadi con 700 spettatori all’Old Trafford, dal giocare nell’ombra e senza telecamere ad entrare nella storia della Premier. Un po’ come se Giuseppe Meloni, 30enne sardo che gioca nel Fondi, attualmente l’italiano più prolifico tra tutti i campionati nostrani, trascinasse in Champions a suon di reti una squadra di livello medio della nostra Serie A. Noi siamo con loro. Con Vardy, con i vari Meloni, Viotti, Picci, Pisseri, con tutti quelli che non smetteranno mai di sognare e di correre.

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