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Il diario del Grand Tour del Fiffa – Parte 5: la tappa a Perugia

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Camminare per Perugia è una roba davvero fantastica. Se sei un’automa con gambe meccaniche ti piace pure, manco ti stanchi. Il Renato Curi di Perugia, lo stadio di calcio comunale, rimane a sorvegliare il nostro camper, noi siamo catapultati in centro senza la consapevolezza di essere ancora svegli. Abbiamo le visioni, la notte stiamo festeggiando compleanni di diciott’anni di chi dorme. Sono confuso.

Il problema fondamentale dei perugini è che sono così ospitali e cordiali da farti sentire preso in giro. Qui tutti sorridono, i bar non ti fanno pagare nemmeno l’acqua, in Piazza IV Novembre c’è un’atmosfera rilassata e, come ormai è consuetudine, il nostro gruppo incomincia a rinfoltirsi pian piano: ci sono Francesca e Chiara, due nostre concittadine che vivono a Perugia, ci sono i ragazzi del Forum Giovani Umbria, che ci hanno dato una mano concreta per organizzare l’evento senza chiedere nulla in cambio. Ci sono quattro pazzi sciagurati che sono partiti da Francavilla per giocare qui. E’ la giornata delle sorprese.

Panino con la porchetta, caffè, foto, un giro in centro, ferragosto a Perugia. Mi rendo conto che tutto questo sta per finire, lo leggo negli occhi dei miei compagni di viaggio. Cioè uno se ne fa una ragione, nel momento in cui si parte bisogna avere la consapevolezza che prima o poi finirà, le vacanze non sono perenni altrimenti sarebbero dei traslochi, delle nuove vite. Anche noi siamo corsi a cercare la nostra gioia o fortuna fuori dal nostro paese, abbiamo le facce di tutti quelli che lasciano Francavilla per sempre, perché siamo tutti dei condannati marchiati sul collo, perché ormai non c’è più nulla per cui valga la pena di lottare. Noi siamo dei condannati in camper, la nostra pena inizierà appena tornati a casa.
Passeremo i nostri giorni a convivere col ricordo perenne di questa incredibile esperienza.

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Eppure anche oggi, Piazza Grimana. Abbiamo rubato un playground ai baskettari con cui ormai battagliamo da lunedì. I baskettari non sono tipi socievoli, se non possono giocare al loro sport non vogliono fare nient’altro e allora si mettono in un angolo e ti guardano male. Anche se sono alti e di braccia lunghe, due buoni motivi per cui un fiffersi di 170 centimetri dovrebbe temerli, non sono cattivi. E’ solo che loro fanno quello, il basket.
Quelli di football americano no. Quest’oggi abbiamo tre californiani in campo: due di loro giocano per il Bari insieme ad Alessio. Uno gioca a football per il Misericordia College mentre l’altro ha la maglia di Giuseppe Rossi.
Il terzo yankee gioca per i Porta Porcella ed è il Simone Lonero californiano. Sfodero il mio PET di qualche anno fa e lui mi racconta che San Diego è proprio come la vediamo in TV, colle donnine nude, i poliziotti in bicicletta e le feste sulla spiaggia. E poi ride. Cioè ride sempre, ride in continuazione, lo fa ridere il modo frenetico di giocare a calcio, la risata di Oronzo, le partite del nostro girone che diventano delle scampagnate.

Il torneo viene praticamente dimenticato, andiamo avanti per inerzia mentre il nostro corpo ci rigetta. Una volta su un libro c’era scritto che ”la soglia del dolore è il modo in cui il nostro copo ci dice basta, ci chiede di smettere” ed è per questo che noi andiamo in frantumi e stiamo zoppicando vistosamente. Ma avanti, a passo spedito, girone d’andata e di ritorno, due semifinali, la finale.
Matthew, il ragazzo con la maglia di Giuseppe Rossi, finisce il suo girone e viene eliminato. Abbraccia tutti e poi scoppia in lacrime. Ci confida che è il suo giorno più bello da quando è in Italia.

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Questo non è più calcio, non è più sport.
E’ qualcosa che sfida tutto ciò a cui siamo abituati e noi stiamo semplicemente facendo il pieno. Al rientro non avremo più voglia di ascoltare le proteste per un rigore, la voglia di litigare, le lamentele per le porte rotte o il campo storto. Sono quattro giorni che usiamo una coppia di porte senza reti e ci divertiamo molto più delle altre volte. Dei tizi fortissimi hanno perso in finale solo perché l’arbitro aveva dimenticato come si arbitra e loro non hanno detto una parola. Che sia una.

Abbiamo fatto il pieno.
Adesso bisogna partire per la capitale.
Il momento dei saluti arriverà.