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Alla scoperta del Carpi di Mbakogu e Castori

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CARPI, ITALY - APRIL 28: Players of Carpi celebrate after being promoted to Serie A during the Serie B match between Carpi FC and FC Bari at Stadio Sandro Cabassi on April 28, 2015 in Carpi, Italy. (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

La Serie A è passata tra i guantoni di Gabriel, la tattica di mister Castori e i gol di Jerry Uche Mbakogu. Il Carpi nei suoi 106 anni di storia non aveva mai conosciuto la massima Serie e viceversa il campionato di A, che di belle realtà di provincia, dal Parma di Scala al Vicenza di Guidolin (solo per fare due esempi non troppo lontani nel tempo) si è sempre fregiato, Lotito permettendo, non conosce ancora questa realtà. Tralasciando per un attimo la retorica relativa alla bella e spensierata matricola che fa di una cittadina della provincia emiliana, comune con meno di settantamila abitanti, un nuovo motivo d’orgoglio per il nostro calcio, soprattutto dopo il fallimento di una storica realtà di successo come il Parma, analizziamo con l’attenzione che merita la rosa attuale e lo stile di gioco del Carpi Football Club.

ALLENATORE E MODULO- Il mister, Fabrizio Castori, ha passato una vita tra calcio dilettantistico e Serie C1, conquistando peraltro in queste categorie importanti promozioni e approdando successivamente in Serie B, con il Cesena, nella stagione 2003-2004; nel campionato cadetto, Castori conoscerà più delusioni che gioie, con ben sei esoneri in sole otto stagioni. Dal 2014 si riscatta alla guida del Carpi, il suo modulo, un 4-1-4-1 che all’occorrenza può diventare un 4-4-1-1, prevede una particolare attenzione per la fase difensiva, tanto che gli emiliani saranno la difesa meno battuta della Serie B con solo 28 gol incassati in 42 partite. Il tecnico marchigiano si è poi distinto per l’utilizzo di un centromediano metodista, ruolo che quest’anno potrebbe essere interpretato dal neo-acquisto Marrone, e per le rapide verticalizzazioni oltre la linea difensiva avversaria volte ad innescare la micidiale velocità dell’attaccante Jerry Mbakogu. Insomma, Castori ha costruito una squadra cercando di sfruttare al meglio le caratteristiche dei calciatori a sua disposizione, tanto che la sua frase più celebre risulta appunto essere: “L’allenatore è come un sarto: deve cucire un abito con la stoffa che ha”.

ROSA ATTUALE E PUNTI DI FORZA- Perso Gabriel, probabilmente il miglior portiere della scorsa stagione in Serie B, il Carpi riparte da Brkic, l’ex di Udinese e Cagliari è sicuramente un numero uno di esperienza e sicurezza per il campionato di Serie A. In difesa sono arrivati Spolli, Bubnjic e Wallace, in attesa di G.Silva, il reparto si è stato sicuramente rafforzato nonostante gli altri elementi in rosa, come il terzino sinistro Riccardo Gagliolo, garantiscano a loro volta un buon rendimento. In mediana, oltre a capitan Porcari e all’ottimo apporto del giovane Lollo, il Carpi ha acquistato l’ex juventino Luca Marrone, un giocatore sul quale mister Castori punta tanto e che può all’occorrenza ricoprire diversi ruoli. Assieme a lui, Andrea Lazzari, che dopo le ultime stagioni deludenti con le maglie di Udinese e Fiorentina, cerca il riscatto nella provincia emiliana. In attacco, si riparte dal bomber Jerry Mbakogu: lo scorso anno il nigeriano mise a segno ben 15 gol, contribuendo in modo decisivo alla promozione della sua squadra, vedremo se saprà ripetersi anche quest’anno dopo il salto di categoria. Da tener d’occhio anche Antonio di Gaudio e Kevin Lasagna, autori anch’essi di una passata stagione molto positiva, mentre Matos, in prestito dalla Fiorentina, potrebbe a sua volta rappresentare un buon innesto per Castori.

LA SERIE A E IL CARPI- Una storia ancora tutta da scrivere, con l’augurio che non sia la squadra emiliana assieme ai suoi tifosi a scoprire la massima serie, ma, al contrario, che possa essere il nostro campionato a scoprire il Carpi Football Club 1909.

Dove vedere i campionati esteri in tv per la stagione 2015-2016

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Dopo essersi finalmente placate le polemiche relative all’acquisizione dei tanto agognati diritti televisivi si inizia ad avere una visione un po’ più chiara della faccenda. Vi proponiamo di seguito una guida tv dei principali campionati calcistici esteri in modo che possiate scegliere nel modo più opportuno i vostri consueti abbonamenti annuali.

Sarà Fox Sports (da quest’anno canale in esclusiva sulla sola pay tv satellitare) a trasmettere le gare di Premier League, Bundesliga, Liga spagnola, Eredivisie, F.A. Cup e Copa Libertadores. Sky infatti ha vinto la concorrenza di Mediaset Premium vendicandosi così della Champions League clamorosamente persa. La nota pay tv di Robert Murdoch inoltre continuerà a trasmettere le gare di Serie A e Serie B italiane (esclusiva) ed avrà in esclusiva l’intera stagione di Europa League (alcune partite verranno trasmesse molto probabilmente anche in chiaro su Cielo tv).

Mediaset Premium invece, perso Fox Sports, ha ripiegato su Francia e Scozia aggiudicandosi per tre stagioni i diritti esclusivi di Ligue 1 e Scottish Premiership.

Per chi è sprovvisto di Sky e Premium l’offerta non si presenta di certo molto ricca, ma attenzione, oltre a Cielo tv e alla consueta Coppa Italia trasmessa dalla Rai, potrà fare affidamento su due ulteriori canali. Sportitalia infatti anche quest’anno trasmetterà i due big match settimanali della Jupiler League (campionato belga), mentre Gazzetta tv punterà dopo il recente successo ottenuto con la Copa America su Football Championship (Serie B inglese), Capital One Cup (Coppa di Lega inglese) e Supercoppa di Francia, in onda sabato 1 agosto.

I laureati (che non ti aspetti) del calcio

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Quello del calciatore può sembrare un mestiere da favola ma chi mastica il calcio sa benissimo che non si tratta di una passeggiata. È vero, molti da bambini sognano di diventare calciatori, calciatori famosi e vincenti. Il motivo? Semplice, tutti sperano di avere la fortuna un giorno di fare ciò che più ci piace, essere soddisfatti ed appagati. Inoltre diventare calciatore professionista, specie ad alti livelli, equivale ad accumulare enormi quantità di denaro. Ma essere calciatore significa anche avere dei diritti e dei doveri: rispettare la piazza, onorare la maglia, compiere dei sacrifici, avere diritto a sole tre-quattro settimane di vacanza pur avendo spesso i soldi per bighellonare a vita visto che le stagioni finiscono sempre più tardi e i ritiri estivi cominciano massimo la prima settimana di luglio, subire delusioni ed infortuni a volte catastrofici. Un’altra questione non indifferente è rappresentata dal post carriera, non sono molte le possibilità lavorative che si offrono ad un ex giocatore se si escludono quelle legate al mondo del calcio: allenatore, dirigente, procuratore, preparatore. Dunque molti di essi hanno deciso di affiancare la carriera calcistica a quella universitaria in modo da garantirsi un sicuro posto di lavoro futuro ed avverare qualche altro sogno nel cassetto.

Partiamo dai più noti e di conseguenza citiamo il leader della difesa juventina Giorgio Chiellini, laureato in Economia e Commercio con un bel 109 all’Università degli studi di Torino. Rimaniamo in tema Vecchia Signora e nominiamo i due però ormai ex bianconeri Angelo Ogbonna (Giurisprudenza) e Jean-Alain Boumsong, il quale invece arrivò a Vinovo già dottore in Matematica. Cambiamo reparto e passiamo ai portieri: tanti nomi illustri ma perlopiù attempati come Michele Arcari, Roberto Colombo ed Emanuele Belardi (Scienze Motorie), Federico Agliardi (Economia e Commercio).

Ed ora? I più inaspettati. Cominciamo sempre dalla porta: Zeljko Brkic è fresco di laurea in Storia dopo aver discusso una meritevole tesi di storia antica su Micene e Creta. A Christian Puggioni invece mancano solo pochi esami per diventare dottore in legge all’università di Reggio Calabria ed ha più volte manifestato le difficoltà avute a volte nel chiedere il permesso per sostenere gli esami. La retroguardia difensiva si conferma di primissimo livello con i dottori Guglielmo Stendardo (Giurisprudenza, con conseguente esame di stato per l’abilitazione alla professione di avvocato), Lorenzo De Silvestri (Economia ad indirizzo sportivo), Simone Romagnoli (Filosofia) e Yuto Nagatomo, laureato in Economia Politica nella prestigiosa accademia di Meiji, una delle sei università più importanti di Tokyo. Chiudiamo con un attaccante, ex uomo di punta del nostro calcio, Adrian Mutu laureato in Giurisprudenza e dallo scorso febbraio anche in Scienze Motorie con inoltre il patentino B da allenatore in tasca, della serie si può essere davvero completi, un perfetto esempio di genio e sregolatezza.

A quanto pare dunque nessun centrocampista, evidentemente in mezzo al campo servono già abbastanza competenze in Geometria ed Economia delle risorse. Eppure no, un nome vogliamo farlo, si tratta di Jacopo Dezi, abruzzese classe ’92, reduce da due straordinarie stagioni in B a Crotone che hanno stuzzicato non poco Maurizio Sarri e gli sono valse il ritiro estivo con la propria società di appartenenza, il Napoli, che ha forse definitamente bloccato il suo trasferimento al Pescara. Il giovane centrocampista azzurro laureando in Scienze Motorie la scorsa settimana ha strascinato al successo la Nazionale Universitaria Italiana di calcio nelle Universiadi disputate in Sud Corea, regalando alla Federazione il secondo successo della sua storia dopo quello conseguito nel 1997.

Marcelo Salas: El Matador che conquistò l’Europa con la Lazio

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L’Araucania è una regione del sud del Cile, patria dei Mapuche, gli ultimi indigeni ad arrendersi prima ai conquistadores e poi ai cileni stessi. A quasi 700 chilometri da Santiago, c’è una città di trecentomila abitanti che si chiama Temuco. E’ proprio qui che negli anni 80′, un ragazzino che avrebbe fatto la storia sportiva del Cile, iniziò a dare i primi calci ad un pallone. Cominciò dalle giovanili di due squadre della sua città, il Santos Temuco e il Deportes Temuco. Era giovane, e non sapeva ancora che sarebbe diventato il più grande capocannoniere cileno di tutti i tempi, non sapeva ancora che con le sue giocate, avrebbe conquistato l’Argentina, una cosa impensabile per un calciatore cileno. Lo avrebbero soprannominato “El Matador”, quello vero, perché dopo un goal con la signorilità che lo ha sempre contraddistinto, si inchinava verso la curva, come fa appunto il Matador nell’arena dopo aver ucciso il toro. Gli indizi sono inequivocabili, stiamo parlando di Josè Marcelo Salas Melinao, uno dei più grandi calciatori che il Cile abbia mai potuto ammirare.

La svolta nella sua carriera avviene nel 1991, quando a Temuco arriva per un piccolo torneo l’Universidad de Chile, che assieme a Colo-Colo e Universidad Catolica è parte della sacra triade del calcio cileno. Organizzano dei provini, il padre e la madre di Salas avevano un po’ di paura, c’era un migliaio di giocatori tra cui scegliere, e pensavano che sarebbe potuta essere una delusione. Ma Salas questo provino lo voleva a tutti i costi e riesce a ottenerlo di martedì. Il sabato successivo è già in campo ed esordisce con due goal. L’esordio con i grandi, avviene invece nell’aprile del 1993, e l’anno successivo, entrerà di diritto in prima squadra, conquistandosi anche la chiamata della Roja. Che Salas era un predestinato, lo si capì fin da subito. Il suo esordio con la Nazionale, fu contro l’Argentina, non un Argentina normale, ma quella di Diego Armando Maradona. Salas farà quello che sa fare meglio: buttare la palla in rete. Rimarrà per altri tre anni in Cile, segnando la bellezza di 76 reti in 126 presenze.

All’età di 22 anni, è giunto il momento di compiere un grande salto, di sfidare quella che sembra essere una maledizione per i calciatori cileni. Come ricordava Carlos Bilardo, “nessun giocatore cileno ha mai trionfato in Argentina”, e in effetti i numeri sembravano dargli ragione. A Salas si interessa il Boca Juniors, per portarlo alla Bombonera, ma al Boca sono diffidenti, e lo vogliono solo in prestito. Non se ne farà nulla, o meglio, Salas sceglierà gli acerrimi nemici del Boca Juniors, i Millonarios, il River Plate. Saranno 31 gli inchini alla curva argentina, in 67 apparizioni. Due tornei di Apertura, uno di Clausura, una Supercoppa sudamericana, poi il premio come miglior giocatore cileno dell’anno, Salas incanta anche in Argentina, e il tabù è finalmente sfatato.

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Le gesta del Matador in Argentina, attirano l’attenzione di grandi club europei. Su di lui piomba la Lazio di Sergio Cragnotti, che lo acquista già a gennaio per 33 miliardi di lire, ma lo porta a Roma nell’estate del 1998. Una mossa intelligente, perché in quell’anno si giocavano i mondiali in Francia, e il prezzo del cartellino di Salas sarebbe lievitato vertiginosamente. Era una Lazio che si apprestava a diventare una delle squadre più forti del mondo, se non la più forte. Con la Curva Nord, è amore a prima vista. Salas entra di diritto nella storia biancoceleste, e nei cuori della gente, segnando uno dei goal più importanti della storia laziale. Un goal che lo rese immortale, e il cui ricordo difficilmente potrà dissolversi nel tempo. Un sinistro che trafisse il portiere del Manchester United, degli “Invincibili” Red Devils, Raimond Van der Gouw, e che consegnò la Supercoppa Europea alla Lazio, che qualche mese prima aveva conquistato anche la Coppa della Coppe contro il Maiorca.

Era l’inizio di un’era vittoriosa, che porterà i biancocelesti sul tetto dell’Italia e del Mondo. Un’era che sarebbe dovuta durare anni, e che invece terminò presto, dissolta dai debiti che trafissero Cragnotti e la sua Lazio. Bisognava vendere e ricavare quanto più possibile dalle cessioni. Salas fu uno di quelli che fu costretto a lasciare Roma, dopo 3 anni e 48 reti. Lo acquistò la Juventus, acerrima nemica della Lazio in quegli anni, nell’estate del 2001, per 25 miliardi più il cartellino di Kovacevic. A Torino però, Salas non riuscirà ad imporsi, a causa di un infortunio al legamento del crociato, che gli permetterà di giocare solo 7 partite in cui segnerà un goal. Vincerà lo scudetto, ma non lo farà da protagonista. Un film che si ripeterà l’anno successivo, altro scudetto, ma altra stagione da comprimario. I rapporti con Lippi, e la spietata concorrenza di Del Piero, Di Vaio e Trezeguet, non gli permisero di esplodere anche a Torino.

Per due anni, viene ceduto in prestito al River Plate, torna al Monumental, lo stadio che lo aveva fatto grande. Ma questa seconda esperienza non avrà niente a che vedere con la prima, il fisico di Salas non è più lo stesso, e infatti viene condizionato da molti infortuni. Decide così di rescindere il contratto che lo lega alla Juventus e fare ritorno in patria. Ma il calcio non lo abbandonerà mai, e così decide di tornare alle origini, alla Universidad de Chile. Quattro stagioni, 74 presenze e 37 goal, fino al 2008, quando ancora 34enne decide di comunicare il suo addio al calcio giocato. Ad oggi Salas ha 41 anni, è presidente della squadra di calcio cilena del Deportes Temuco, club della sua città, che milita nella Primera B, categoria che equivale alla nostra Serie B. Qui accoglie ragazzi di strada, a cui permette di giocare a pallone, ma anche studiare e crescere senza prendere cattive strade. Oltre al calcio però, ora coltiva anche la sua passione per l’economia e per il marketing. E’ infatti proprietario di un’industria cilena produttrice di mirtilli, che esporta negli Stati Uniti, ma anche in Asia e in Europa, quell’Europa che lo aveva portato sul tetto del mondo, con quel sinistro al volo che passò sotto la pancia di Van der Gouw, prima di superare la linea di porta e farlo entrare di diritto nell’olimpo degli dei del calcio.

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Serie B, le dieci cessioni record della storia

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Il riscatto dal Cagliari di Radja Nainggolan da parte della Roma (fissato a 9 milioni di euro) non costituisce di per se una mossa eclatante di mercato, specie se paragonata ai milioni spesi da Real Madrid, Barcellona, PSG e compagnia cantante. Ma se rapportata alle cifre del campionato di Serie B, parleremmo invece di un affare tutto sommato d’oro per la società di Giulini. Soldi che, peraltro, sono serviti alla compagine sarda per allestire una squadra altamente competitiva per la cadetteria. Gli arrivi di gente come Di Gennaro, Fossati, Melchiorri, Sau, Storari, Pisacane o Giannetti sono grasso che cola. Ma se il nazionale belga è un giocatore dalle doti tecniche indiscutibili, 9 milioni rappresentano una cifra modica per la Serie B rispetto alle dispendiose cessioni degli anni passati. In particolare, noi di blogdicalcio.it abbiamo individuato i dieci trasferimenti più costosi e clamorosi: tra futuri campioni, affermati tali e talenti inespressi, l’elenco è sicuramente importante.

Antonio Cassano (Bari-Roma)

Il record di cessione più costosa lo detiene ancora lui. Sessanta miliardi delle vecchie lire (28,5 milioni di euro). Tanto spese la Roma di Sensi nel giugno del 2001 per assicurarsi colui che – in quel determinato momento storico – era il miglior talento italiano in circolazione. Il pibe de Bari, il talentino, il ragazzo della via Ball: i soprannomi su Fantantonio si sprecano. Galeotta fu quella fredda serata del 18 dicembre 1999: un Bari – Inter (2-1 il risultato finale), passato alla storia per il suo modo di dribblare Panucci, Blanc e Georgiatos da campione affermato, insaccando poi comodamente il pallone in rete alla destra di Ferron. E’ il tripudio sotto la Curva Nord, ma FantAntonio non cede alla tensione come invece aveva fatto il suo compagno di reparto Ennynaya (lui si, una meteora). Un gol che  l’ha salvato da un futuro da malvivente – come da lui stesso affermato – e che l’ha poi proiettato verso una carriera ricca di soddisfazioni ma anche tante, tantissime batoste. Alla Roma ci finisce al termine dell’anno seguente, col Bari retrocesso in Serie B e desideroso di monetizzare quanto più possibile dalla sua cessione per ridare nuova linfa alle casse societarie dell’As Bari e dell’impresa Matarrese, da poco colpita dallo scandalo di Punta Perotti.

Vincenzo Montella (Sampdoria-Roma)

E’ da tutti conosciuto per la sua esultanza ad aereoplanino, alla Roma diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Ma Top Gun, prima ancora di intraprendere una sin qui soddisfacente carriera da allenatore, era un bomber di razza, un attaccante vero. Fece scalpore il passaggio dal Genoa alla Sampdoria nell’estate del 1996: un investimento che garanti ai blucerchiati oltre 50 reti in tre stagioni (22,20,12 tutte in Serie A), ma che non fu sufficiente nel 1998/99 ad evitare una clamorosa retrocessione alla compagine blucerchiata, ormai orfana dei bei tempi che furono con Mantovani Senior alla presidenza, e soprattutto orfana dei vari Mancini, Vialli e Lombardo. Ecco dunque il passaggio alla Roma di Fabio Capello, avvenuto per 50 miliardi di vecchie lire (25 milioni di euro). Due anni dopo, sarà scudetto. E’ la seconda cessione più costosa per una squadra cadetta o neo-retrocessa dalla A.

Zlatan Ibrahimovic (Juventus-Inter)

C’eravamo tanto amati. Eh si, perché la liaison d’amour che legò i tifosi juventini a Zlatan Ibrahimovic – dal 2004 al luglio 2006 – fu davvero intensa. Cinico e capace di vedere la porta come pochi altri giocatori al mondo, lo svedese è stato uno dei tanti coupe de theatre attuato dalla triade Moggi-Giraudo-Bettega. E approdato a Torino nell’ultimo giorno utile di mercato del 2004. Il suo impatto sulla squadra bianconera sarà semplicemente devastante: 16 gol nella prima stagione in Serie A (sin li record per uno straniero alla Juventus, assieme a Platini) e pochi gol, ma spesso decisivi, in Champions League. Sua specialità, la rovesciata. Tutto però finisce con lo scandalo del calcioscommesse: la Juventus retrocede in Serie B, e molti del biennio con Capello decidono di abbandonare la Signora al suo destino, e Ibra non fa eccezione. Ma il suo addio è quello che fa più male, soprattutto perché la sua successiva squadra di destinazione fu l’odiata Inter di sempre. “Sognavo di indossare questa maglia sin da bambino” – dirà. Salvo poi accorgersi di aver giurato amore eterno a tutte le squadre, tradendolo puntualmente. Acquistato come Crack dell’Ajax, venne venduto a Moratti per 24,5 milioni di euro.

Mirko Vucinic (Lecce-Roma)

Uno degli attaccanti forse più sottovalutati del nostro calcio, ma che ha fatto le fortune di Roma e Lecce. Un cuore giallorosso, convertitosi poi in bianconero. Ma quando la società dei Semeraro lo ingaggio dal Sutjeska Nikisic, nessuno avrebbe potuto prevedere la crescita degli anni successivi. E’ la stagione 2004/05 quella della consacrazione per il montenegrino: ben 19 reti in 28 presenze, praticamente quasi dieci volte in più di tutte le volte in cui era andato a segno nei 4 anni precedenti. Bene, ma non benissimo, l’anno dopo: soltanto 9 reti, magro bottino che non aiuterà il Lecce ad evitare una mesta retrocessione in Serie B. Viene ceduto in prestito alla Roma. Pochi gol, ma decisivi, come quello messo a segno del 2-1 della gara d’andata del quarto di finale di Champions League contro il Manchester United. Una performance sufficiente per convincere la società giallorossa a riscattarlo dai salentini per 19 milioni di euro.

Jonathan Zebina (Cagliari-Roma)

Una delle tante scoperte di quel genio di Giampiero Ventura, un maestro nell’individuare e coltivare nuovi talenti. Nella fattispecie, ci riferiamo alla sua parentesi cagliaritana, la prima in Serie A nella sua lunga carriera da allenatore. Prelevato dai francesi del Cannes nell’estate del 1998 (coi quali aveva disputato una stagione in Ligue 1 ad alti livelli), Zebina farà davvero poca fatica nell’adattarsi alla complessa realtà del calcio italiano, allora il più competitivo al mondo. Lui e il suo Cagliari si dimostrano una vera e propria pattuglia di senza paura, ottenendo una salvezza tranquilla. Traumatica sarà però la stagione seguente, con Ulivieri prima e Sonetti poi al timone. Due cambi che non permetteranno ai sardi di salvarsi, ma il francese resta anche in questa circostanza uno degli elementi, assieme a Daniele Conti poi capitano, meno peggiori del sodalizio rossoblù. La cessione alla Roma, avvenuta nell’estate del 2000, frutterà al patron Cellino 18,4 milioni di euro, circa 36 miliardi di lire.

Luca Toni (Vicenza-Brescia)

Si, proprio lui, il fresco vincitore del titolo di capocannoniere della passata Serie A. Un giocatore che ha sempre avuto un particolare feeling con il gol, il primo italiano a vincere la scarpa d’oro nel 2006. Treviso, brescia, Vicenza, Modena, Lodigiani, Fiorentina, Palermo, Roma, Juventus, Bayern Monaco, Verona. Tutte queste piazze hanno potuto godere delle sue giocate. Ma la sua esplosione vera e propria avvenne ai tempi del Vicenza: 9 gol in 31 giornate non furono sufficienti ai berici per evitare la retrocessione, ma diedero alla punta emiliana per la prima volta in carriera quella giusta continuità necessaria per diventare grandi, dopo i fasti di Treviso. La sua cessione al Brescia porterà nelle casse dei biancorossi 15 milioni di euro: un investimento gratificante nella prima stagione nelle rondinelle con Mazzone (13 reti), meno nella seconda (appena 2). Un banale incidente di percorso, come si vedrà, nella carriera di uno dei bomber più completi prolifici degli ultimi 15 anni. Oggi Toni è un ragazzino di 37 anni, ma nulla sembra essere cambiato.

Gianluca Zambrotta (Juventus-Barcellona)

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)
(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

E’ uno dei tanti fuggitivi della Juventus dell’estate del 2006, desideroso di approdare verso altri lidi pur di evitare la Serie B. Fa specie parlarne, soprattutto quando il protagonista in questione era uno dei punti di riferimento principali della squadra bianconera. Un giocatore completo, adattabile sia a terzino che mediano, lanciato e cresciuto nel Bari di Eugenio Fascetti. Uno dei giocatori più forti della storia recente del calcio italiano e Campione del Mondo nel 2006, ma che accetterà in quella stessa estate di vestire la prestigiosa maglia del Barcellona (anche allora) campione d’Europa in carica. Il presidente Laporta se lo aggiudicherà per ‘soli’ 14 milioni di euro.

Mohammed Kallon (Vicenza-Inter)


Dopo Luca Toni, era lui il secondo gioiello dello sfortunato Vicenza del 2000/01. Una squadra che nella Serie A attuale – data anche la maggior povertà tecnica – avrebbe sicuramente conosciuto miglior sorte. Prelevato dalla Reggina (e reduce da ottime stagione con Cagliari e Bologna, sempre in doppia cifra), il centravanti della Sierra Leone non deluderà sotto l’aspetto puramente realizzativo (8 gol in 24 giornate non erano pochi, specie per una seconda punta) , ma non basterà a mantenere i veneti nella massima serie. Le sue pretendenti, nonostante la retrocessione, non mancavano, e naturale è dunque la sua cessione all’Inter di Moratti nell’estate del 2001, avvenuta per 26 miliardi di lire (13 milioni di euro). Non farà male neppure a San Siro, realizzando comunque 14 reti in 43 presenze e senza mai essere una prima scelta.

Alberto Gilardino (Verona-Parma)

E dire che quando il Parma lo prelevò dal Verona nell’estate del 2002 (per 12 milioni di euro), non era poi cosi prolifico. Certo, quei pochi ma incisivi gol segnati sin li con scaligeri e piacentini (nel 1999/00) non erano mica male per un ventenne, ma sempre di scommessa si trattava. Che fortunatamente per le casse – e per il destino – societario del Parma, venne vinta e ripagata alla grande. Ai soli 4 gol del 2002/03, seguiranno le 46 reti messi a segno nei due anni successivi. Uno score che gli varrà la chiamata del Milan nel 2005/06, dove segnerà altre 17 reti e si laureerà poi campione del mondo con la Nazionale di Marcello Lippi.

Emerson (Juventus-Real Madrid)

Per i tifosi di Roma e Juventus è lui il ‘traditore’ per eccellenza. Mai giurare eterna fedeltà o dichiarare di non voler andar mai in un’altra squadra (specie se odiata). Il brasiliano è un esempio negativo nelle conseguenze negative in cui si può incappare. Il Puma – cosi era chiamato dai tifosi di entrambe le squadre – era a suo tempo uno dei giocatori più forti al mondo nel suo ruolo, e poteva contare sulla stima incondizionata di Fabio Capello, che in lui vedeva una sorta di talismano portafortuna. Ma l’onta del Calcioscommesse post-Mondiale lo allontanerà momentaneamente dal calcio italiano (tornerà poi nel Milan, ma con scarsi risultati), per finire agli spagnoli del Real Madrid, allora in declino ma desideroso di rilanciarsi e ritornare ai vecchi fasti di gloria quanto prima. La sua cessione frutterà alla società di Giovanni Cobolli Gigli qualcosa come 11 milioni e mezzo di euro.