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Qualcuno ci salvi dal guardiolismo

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Foto: Pep Guardiola, Boris Streubel/Bongarts

Qualcuno salvi il calcio italiano dal guardiolismo, quella specie di maledizione che dal 2008 si è abbattuta sul calcio e in particolar modo sul calcio nostrano e da cui sembra non ci sia via di fuga. Guardiola è stato un innovatore per il calcio europeo, con quel tiki taka bello da vedere, capace di ubriacare gli avversari e di mettere alle corde anche le squadre più temibili. E sarà anche colpa di quei risultati immediati se il guardiolismo più che uno stile societario da imitare, oggi si è trasformato in vero tormento da scimmiottare.

Se un tempo in Italia ci si scontrava per assicurarsi la firma del tecnico più vincente, oggi ci si accontenta di ingaggiare quello più inesperto, il tecnico delle proprie giovanili, o chiunque abbia avuto un passato da calciatore vincente. Quasi come se le capacità mostrate da calciatore siano sinonimo di competenza tecnico-tattica e manageriale. Una vera sciocchezza. Perché nonostante i numerosi tentativi, in Italia il nuovo Guardiola ancora non si è visto, così come non si è visto un allenatore in grado di vincere subito e con il bel gioco. Ed ecco che ci si domanda perché i presidenti si ostinino a cercarlo. Dal 2008 tra Serie A e Serie B si è verificata una vera e propria ecatombe di potenziali allenatori, la cui colpa è stata quella di aver ottenuto buoni risultati con le primavere. Ciro Ferrara, Gennaro Gattuso, Clarence Seedorf, Filippo Inzaghi, Fabio Liverani, Eugenio Corini, Hernan Crespo, sono solo alcuni tra coloro che sono stati chiamati a risollevare le sorti di squadre disastrate, quasi mai in grado di confermare le attese. L’ultimo in ordine di tempo è stato Brocchi, chiamato inspiegabilmente qualche settimana fa da Berlusconi per sostituire il più rodato Sinisa Mihajlovic, ma i cui effetti almeno fino ad oggi non si sono davvero visti, a differenza dei difetti.

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Ma la colpa non è mai dell’allenatore, per lo meno in casi come questo. Siamo sempre più abituati a vedere paragonate le società di calcio a delle aziende, ma molto spesso chi le guida più che da imprenditore si comporta da adolescente in cerca di fama, probabilmente accecato dall’illusione che pescare il Guardiola made in Italy comporterebbe tutt’altra fama rispetto all’aver pianificato per il proprio club un progetto a lungo termine. Una specie di imbuto in cui il calcio italiano è scivolato e che sembra davvero senza via di uscita. Ennesima prova di come l’Italia dall’estero prenda solo le cattive abitudini.