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Riuscirà l’ignoranza a salvare il gioco del calcio?

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Foto: Zlatan Ibrahimovic, Alex Morton/Getty Images Europe

“[…] e davanti Immobile – Zaza, la coppia ignorante che in questo ritiro appare in grande spolvero insidia la leadership del tandem Eder – Pellè.” (Sportmediaset, edizione del 03/06/2016, ore 13.00)

Il mondo del calcio sta vivendo da tempo la sua ultima (in ordine cronologico) ed estrema frontiera. E non stiamo parlando di un nuovo modo di intendere il calcio giocato, o di un innovativo gioco offensivo o difensivo, ma del modo in cui il calcio come sport e come contenitore di valori oggi viene inteso. Siamo in un periodo in cui il lunedì a far discutere non sono più l’errore arbitrale o il gol non concretizzato da un attaccante, quanto tutti quegli atteggiamenti estremi, sgrammaticati, tendenzialmente cafoni e rozzi di calciatori, tifosi, allenatori, dirigenti, telecronisti e annessi e connessi. Stiamo vivendo l’era dell’esaltazione dell’ignoranza. Ma non dell’ignoranza così come l’abbiamo sempre intesa e cioè come la mancata possessione di una determinata conoscenza, bensì di una sorta di ignoranza 2.0. E non è un caso che la si possa definire con un’espressione vicina ad Internet, visto che la nuova ignoranza ha visto proprio nel world wide web la sua culla, quella Rete che da decenni è croce e delizia tra coloro che Umberto Eco amava definire apocalittici e integrati. Il merito di un simile exploit lo si deve riconoscere soprattutto a quelle pagine presenti sui principali social media, che partendo da una base tutt’altro che deculturata sono riuscite ad accrescere la loro popolarità sottolineando con un filo di sana ironia i gesti, le dichiarazioni, le esultanze più colorite, più bizzarre del mondo del calcio, a volte estremizzandole fino all’eccesso. Una tendenza che oggi potremmo definire moda e che col tempo è cresciuta e sta crescendo a dismisura, diventato vero e proprio caposaldo della cultura giovanile. D’altronde chi di noi, sui social o nella vita reale non ha mai sentito parlare di ignoranza?

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Si pensi al Leicester dei miracoli di Claudio Ranieri. Un evento consacrato come pietra miliare della cultura ignorante per la presenza nell’organico della squadra, di giocatori che fino a qualche anno fa erano tutto fuorché professionisti, tra scorribande in locali notturni, ubriacate o lavoro da semplici operai in fabbrica, cose che nulla avevano a che fare con un calcio vissuto da professionista. Un evento talmente grande, e ignorante (sigh!) da provocare addirittura l’organizzazione di una ‘gita fuori porta’ in cui giovani provenienti da tutta Italia si sono organizzati per dirigersi proprio nella terra della raffinatissima Regina Elisabetta II uniti da un unico, grande grido: “Ignoranza!”

E non è un caso che con l’acuirsi del trend ignorante, a diventare idoli siano stati quei personaggi del mondo del pallone spacca gambe e bulletti. Si pensi a Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese ogni giorno che passa raggiunge livelli di popolarità sempre maggiori. Eppure si tratta di un giocatore che fino all’ultima parentesi italiana riusciva nell’impresa di non fare imprecare solo i tifosi della squadra per cui giocava. Evidentemente da allora i tempi sono cambiati e oggi tutti sono attratti, come le mosche al miele, al caratteraccio dello svedese e alla sua non umiltà, tipici tratti ignoranti per l’appunto.

Il tutto, anche se per alcuni fastidioso, può pur sempre essere accettato in quanto manifestazione del pensiero popolare. Il problema però nasce quando dei concetti simili vengono assorbiti da coloro che dovrebbero difendere un tipo di linguaggio meno popolare. Ed ecco che se sentire parlare di ignoranza in una pagina Facebook può anche far sorridere, ascoltare un giornalista che per descrivere una delle coppie d’attacco della Nazionale utilizza il concetto di ignoranza, un piccolissimo campanello d’allarme dovrebbe farlo suonare.

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E a questo punto non ci resta che scoprire se l’ignoranza sia davvero l’arma in più attraverso cui rianimare un calcio in crisi valoriale, anche se la risposta appare quasi scontata.