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Vincente e odiato da tutti: il bello e il brutto di chiamarsi Benitez

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Foto di: Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images Europe

È terminata nel peggiore dei modi l’avventura galactica di Rafa Benitez al Real Madrid, così come erano malamente terminate le sue precedenti avventure con Napoli ed Inter. Benitez, da molti considerato uno dei maestri del calcio, ha dovuto nuovamente vedersela con gli attriti causati dal suo caratteraccio e dalla sua esperienza da vincente, che lo rendono poco incline a subire ordini e quasi sempre odiato da chi da lui viene allenato, a prescindere dai trofei messi in saccoccia. Il tecnico spagnolo lascia Madrid dopo mesi di purgatorio in cui i principali assi della squadra non avevano nascosto i loro malumori. Molti quotidiani hanno sottolineato come sull’esonero del tecnico abbiano pesantemente inciso le volontà dei big del Real Madrid e visti i precedenti, non si può non crederci.

In effetti quella vista nella capitale spagnola è un po’ la stessa trama che l’iberico aveva vissuto in Italia ai tempi di Inter e Napoli. Due avventure avviate tra gioia e rosee prospettive e terminate con spogliatoi spaccati, dirigenti in collera, tifosi inorriditi. A Milano fu “fatto fuori” dopo essersi messo contro metà spogliatoio. Numerosa era la schiera degli avversari, guidata da un certo Marco Materazzi, uno che ancora oggi non risparmia frecciatine allo spagnolo, da lui definito come l’antagonista del più fortunato José Mourinho. A deteriorare i rapporti ci pensarono i metodi di allenamento del tutto diversi da quelli applicati dal mago di Setúbal ed un chiaro desiderio del tecnico di tagliare drasticamente col passato nerazzurro. E non solo tatticamente. Dalle parti di Appiano Gentile c’è chi è pronto a giurare che il tecnico avesse ordinato di rimuovere tutto quanto raffigurasse i successi della precedente Inter di Mourinho, un qualcosa che se vera, ricondurrebbe alle più estreme dittature sportive. A peggiorare la situazione ci pensarono i rapporti non proprio idilliaci con Moratti, colpevole secondo lo spagnolo, di non aver all’epoca minimamente considerato la sua lista della spesa, lasciandogli una squadra incompleta. Il risultato che ne conseguì fu un panettone sfumato nonostante i due trofei vinti sui tre disponibili.

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Un po’ più ambigua è stata la parentesi azzurra. Perché se da una parte gli si deve riconoscere il merito di aver attirato a Napoli giocatori del calibro di Callejon ed Higuain, dall’altra non si può non sottolineare come durante gli ultimi giorni della sua avventura il tecnico dovette vedersela con i malumori degli stessi. E come non dimenticare, anche in questo caso, il netto taglio tattico rispetto al passato, o ancora le accuse di quei giocatori chiave di Mazzarri, pian piano ceduti dal club di De Laurentiis e che una volta lontani dal capoluogo campano raccontavano come lo spagnolo avesse disintegrato clima e meccanismi dell’era mazzariana. Si chieda a Behrami o Pandev.

La stessa storia si è ripetuta a Madrid. Squadra in calo, dirigenti e tifosi furibondi, leader scontenti e con le valigie pronte, ambiente spaccato. Una situazione del tutto diversa da quella lasciata qualche mese prima da Carlo Ancelotti, amato e sostenuto fino all’ultimo giorno da parte della squadra. Un po’ il bello e il brutto di chiamarsi Rafa Benitez.