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Yaya Toure è l’uomo giusto per l’Inter

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Se Cristo si è fermato a Eboli la banda Mancini almeno non si è fermata ad Empoli. Ha serrato le fila, fatto copia e incolla del suo cammino glorioso, che li porta 1-0 alla volta alla resurrezione.
Sempre di uno a zero, palindromo però, è caduta la pur bella Inter vista domenica scorsa contro un Sassuolo “made in Italy”, guidato dal duo Squinzi – Di Francesco.
Le squadre del tecnico marchigiano non sono mai state fatte di sogni, ma di solide realtà, soprattutto in mediana. Il mancio spesso predilige corazzare le sue truppe di pretoriani dinamici davanti alla difesa, che dominino nei calci piazzati, che siano di lotta si, ma di governo pure. Il ritratto è quello del suo pupillo al city, campione d’Africa e due volte campione d’Inghilterra Yaya Toure.

L’ivoriano classe ’83, a sua volta studiò da campione da un giocatore dalle caratteristiche a lui simili, che segui Mancini al City al primo anno come Vieira, già icona di un Arsenal tra i più vincenti oltremanica, tra il 2002 e il 2004. Il quarantadue di Toure è il numero che manca a questa Inter, a quella che attacca, che tira otto volte in porta, ma che mentre Consigli si specchiava nei flash dei fotografi, perdeva equilibrio poco a poco, e quell’ideale linea tra i reparti si scuciva. Il sarto designato a tessere il gioco è Geofrrey Kondogbia, arrivato come Yaya del futuro, ma rimasto intrappolato ancora nella macchina del tempo del presente. La soluzione ideale per far maturare il talento nato a Nemours è affiancargli il più esperto Toure, in una mediana a due, che aiuterebbe Il suo allenatore a schierare il più attitudinale 4-2-3-1, fornendo equilibrio alla squadra e formando un centrocampo di granatieri che alzerebbe il baricentro della squadra. Inoltre Yaya potrebbe essere la chioccia del numero sette neroazzurro, come Vieira fù per lui nella stagione 2010/11 sponda blu di Manchester. Un innesto del genere aiuterebbe la squadra a sostenere il forcing offensivo senza soccombere negli ultimi minuti, e aiuterebbe la compagine di Thohir a maturare l’attitudine alla vittoria conforme con gli ambiziosi obiettivi economico-sportivi fissati dal management anglo-indonesiano.